STRETCHING, LA SUA IMPORTANZA

Lo stretching potrebbe dimostrarsi una valida tattica finalizzata all’ottimizzazione della flessibilità articolare, ovvero la capacità di avere un più ampio range di movimento entro i limiti fisiologici; essenzialmente, risulta essere un movimento d’ampiezza articolare che va nel verso opposto al senso di contrazione volontaria del muscolo principalmente interessato dalla stessa articolazione. Questo tipo d’allenamento, oltre che dover essere preferibilmente (ed alla meglio) svolto al termine di ogni esercitazione dinamicamente ridotta (come accade per tutte le attività aerobiche), dovrebbe essere soprattutto utilizzato nei confronti di tutti i muscoli ipertonici (ovvero i più accorciati). Tale pratica potrà portare nel tempo ai seguenti risultati:

·              favorire una postura più corretta (un muscolo ipertonico può significare quasi sempre un adattamento scheletrico, il cui squilibrio prenderà la direzione dell’organo motore più accorciato; si pensi alla legge di Borelli e Weber Fick, e si prenda in considerazione il paragrafo inerente ai diversi atteggiamenti scheletrico posturali a pag. 100)
·              prevenire i crampi muscolari (un muscolo ipertonico comporta sicuramente un impedimento circolatorio locale per vaso costrizione; inoltre impedisce una corretta espulsione delle sostanze di scarto)
·              migliorare la flessibilità articolare (da muscoli più “allungati” si avrà una maggiore e più fluida libertà di movimento)

Lo stretching può essere eseguito in varie metodologie, tra le quali cito soltanto il classico allungamento statico che prevede un’estensione isometrica della durata di 20-40 secondi entro la soglia del dolore. Questa variante sarà l’unico sistema che potrà essere effettuato in tutta sicurezza senza l’ausilio di un partner; basti riflettere sul naturale gesto di “stiracchiamento”, un comportamento facente parte del bagaglio genetico di ogni essere vivente munito di arti.

Nel caso si abbia a disposizione un partner d’allenamento, la variante PNF (Proprioceptive Neuromuscolar Facilitation), potrebbe rappresentare un impiego interessante come step successivo. Quest’ultimo si riassume in 4 “facili” fasi:
 
1.       si raggiunge il massimo allungamento del muscolo in modo graduale e lento
2.       in quella posizione si esegue una contrazione isometrica per circa 15/20 secondi
3.       si rilassa il muscolo allungato per circa 5 secondi
4.       si riallunga lo stesso muscolo per altri 20-40 secondi

Poiché lo stretching, pur dimostrandosi passivo (ossia che non prevede movimenti volontari e relativo riscaldamento), risulterà comunque appartenere alla categoria degli esercizi (rappresentando pur sempre una considerevole forma di stress meccanico), se effettuato in modo particolarmente impegnativo andrebbe sempre evitato a muscolo “freddo”.
Proprio in virtù del sopraccitato fenomeno stressorio, colgo l’occasione per evidenziare anche come uno stretching eccessivo o di natura troppo violenta, sarebbe effettivamente in grado di portare le fibre muscolari ad una rottura longitudinale (splitting), cosa che a lungo andare darebbe origine ad un possibile principio iperplasico (argomento che tratterò più avanti nella sezione approfondimenti, paragrafo ipertrofia e iperplasia, pag. 137); come accennato, una forma “stressante” che non andrebbe adottata durante i giorni successivi al work-out in cui si riscontrano gli effetti del DOMS.

Ricordiamo altresì che il fattore omeostatico, sarà capace d’influenzare pure le vantaggiose condizioni conseguite mediante l’impiego di frequenti allungamenti controllati, riportando ben presto, in assenza di tali abituali atteggiamenti, il muscolo allo stato d’origine.

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