STRETCHING, LA SUA IMPORTANZA

Lo stretching potrebbe dimostrarsi una valida tattica finalizzata all’ottimizzazione della flessibilità articolare, ovvero la capacità di avere un più ampio range di movimento entro i limiti fisiologici; essenzialmente, risulta essere un movimento d’ampiezza articolare che va nel verso opposto al senso di contrazione volontaria del muscolo principalmente interessato dalla stessa articolazione. Questo tipo d’allenamento, oltre che dover essere preferibilmente (ed alla meglio) svolto al termine di ogni esercitazione dinamicamente ridotta (come accade per tutte le attività aerobiche), dovrebbe essere soprattutto utilizzato nei confronti di tutti i muscoli ipertonici (ovvero i più accorciati). Tale pratica potrà portare nel tempo ai seguenti risultati:

·              favorire una postura più corretta (un muscolo ipertonico può significare quasi sempre un adattamento scheletrico, il cui squilibrio prenderà la direzione dell’organo motore più accorciato; si pensi alla legge di Borelli e Weber Fick, e si prenda in considerazione il paragrafo inerente ai diversi atteggiamenti scheletrico posturali a pag. 101)
·              prevenire i crampi muscolari (un muscolo ipertonico comporta sicuramente un impedimento circolatorio locale per vaso costrizione; inoltre impedisce una corretta espulsione delle sostanze di scarto)
·              migliorare la flessibilità articolare (da muscoli più “allungati” si avrà una maggiore ampiezza di movimento)

Lo stretching può essere eseguito in varie metodologie, tra le quali cito soltanto il classico allungamento statico, che prevede un’estensione isometrica della durata di 20-40 secondi entro la soglia del dolore. Questa variante sarà l’unico sistema che potrà essere effettuato in tutta sicurezza senza l’ausilio di un partner; basti riflettere sul naturale gesto di “stiracchiamento”, un comportamento facente parte del bagaglio genetico di ogni essere vivente munito di arti.
Poiché lo stretching, pur dimostrandosi passivo (ossia che non prevede movimenti volontari e relativo riscaldamento), risulta comunque appartenere alla categoria degli esercizi (rappresenta pur sempre una considerevole forma di stress), se forzato andrebbe sempre evitato a muscolo “freddo”. Proprio in virtù dello stesso fenomeno logorante, colgo l’occasione per evidenziare anche come uno stretching eccessivo o di natura troppo violenta, sarebbe in grado di portare le fibre muscolari ad una rottura longitudinale (splitting), cosa che a lungo andare darebbe origine ad un possibile principio iperplasico (argomento che tratterò più avanti nella sezione approfondimenti, paragrafo ipertrofia e iperplasia, pag. 164); come accennato, una forma “stressante” che non andrebbe adottata durante i periodi post traumatici, ovvero i giorni successivi al work-out in cui si riscontrano gli effetti del DOMS.

Ricordiamo altresì che il fattore omeostatico, sarà capace d’influenzare pure le vantaggiose condizioni conseguite mediante l’impiego di frequenti allungamenti controllati, riportando ben presto, in assenza di tali abituali atteggiamenti, il muscolo allo stato d’origine.

Volendo avere un valido riferimento di quelli che sono i movimenti idonei per poter svolgere uno stretching corretto e completo, potrei suggerirvi la consultazione degli esempi d’esercizio da me riportati nell’atlante del movimento (visualizzabile nell’apposita sezione del sito web). Ogni movenza descritta, se eseguita passivamente in allungo, potrebbe conferire corretta stesura all’organo motore selezionato; un’accurata analisi dello schema anatomico-funzionale e capire la precisa direzione del movimento da intraprendere non si mostrerà eccessivamente complicato.

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