RICHIAMO MUSCOLARE

Abbiamo ormai assodato che il “richiamo” di un muscolo a cavallo di due uguali ed intensi allenamenti dello stesso, potrà fungere da diretto modulatore sulla scorta di glicogeno senza pregiudicare il vigente recupero strutturale; a tutti gli effetti lo stimolo che questo eserciterà sulle miofibre, vorrà essere sicuramente inferiore e comunque più breve di quello comunemente assegnato allo stesso apparato. Proprio a tale proposito occorrerà ricordarsi dell’imprescindibile ripristino delle varie funzionalità chimiche e meccaniche (precedente paragrafo), tra cui possiamo prima di tutto riconoscere il tempo necessario per una completaricarica di glicogeno (sempre in relazione ad un lavoro dall’impronta sufficientemente glicolitica). Nello schema abbiamo avuto modo di constatare come la più alta compensazione di glicogeno avvenga entro le 36 ore successive allo stesso work-out, e, sapendo che questo processo sarà il più celere tra tutti i fattori di recupero, potremo ipotizzare come tale decorso determini in primis lo spazio di tempo minimo tra un richiamo ed il successivo allenamento (leggete bene l’ultima frase). In pratica, il momento esatto in cui potremo corrispondere al nostro “appello” isotonico, sussisterà nelle 36-48 ore precedenti la seduta vera e propria, attribuendo all’apparato muscolare uno stimolo certamente meno intenso o molto meno duraturo di quello ordinariamente adottato. Osserviamo il tipo di lavoro più adatto in quest’occasione:

L’impiego di uno scarso numero di serie (2 -4) svolte mediante una resistenza medio-piccola (50 –60% di 1 Rm), annessa ad un medio numero di ripetizioni (ad es. 8-10), svolte con una velocità di contrazione di tipo naturale. Tempistiche di recupero comprese tra gli 80 e 90 secondi.
 
Considerati i parametri descritti, questo atteggiamento potrà significare un modesto svuotamento di glicogeno accompagnato ad uno scarso o pressoché nullo danneggiamento strutturale; in tal modo la curva blu, celeste e grigia del grafico continuerebbero a procedere nella normalità, mentre quella verde, a seguito di un suo consecutivo “avvallamento”, finirebbe per tracciare una seconda ascesa entro i tempi di ripristino complessivo (che sarà doverosamente calcolata in funzione alla periodicità di ogni singolo gruppo muscolare prevista nella nostra tabella). Ecco che dando così origine ad una seconda curva verde, riusciamo ad ottenere un quasi punto d’incontro con tutte le altre in prossimità del loro stesso culmine.
Intendo tuttavia precisare come quest’attività, essendo sempre effettuata prima del pieno riacquisto della totale efficienza meccanica, debba comunque essere misurata in funzione all’effettivo e soggettivo grado di ripristino; a tal ragione dovremo badare, al di là del tempo trascorso dalla precedente seduta, a non stressare ulteriormente l’organo in questione se dovesse ancora presentare dei risentimenti piuttosto eclatanti (tipico fenomeno conseguente ad un improvviso incremento d’intensità d’esercizio). Mi sto riferendo al dolore microtraumatico (DOMS) che accompagna i giorni seguenti della seduta, la cui totale scomparsa, a seguito di un allenamento opportunamente misurato, non dovrebbe andare oltre i tre giorni successivi. Se abbiamo la certezza di poter nuovamente movimentare l’organo motore, ecco allora che possiamo includere la sequenza di richiamo nel nostro “menu” d’esercizio.
Ricordiamo altresì che in qualunque dei casi l’appello venga introdotto, occorrerà porre attenzione riguardo la sua locazione nel calendario d’allenamento, la quale dovrà anche saper trovare giusta ubicazione nella complessiva periodicità della seduta; saranno perciò contemplate le simultanee compartecipazioni dei muscoli sinergici, che inevitabilmente entreranno in azione assieme al muscolo principale (ad esempio i bicipiti nelle trazioni, volendo richiamare il solo gran dorsale).
In diverse circostanze, anche influenzate dallo stile nutrizionale adottato (che non sempre potrà dimostrarsi giustamente equilibrato dal punto di vista energetico), si potrà notare una precoce capacità di conservazione dei livelli di glicogeno, cosa che, come si può immaginare, comunicherà una scarsa pretesa dell’azione di richiamo. In primo luogo dovremmo riconoscere la periodicità del work-out rivolto allo stesso muscolo (che se molto inferiore alla settimana potrebbe evidenziare un certo mantenimento dei livelli di glicogeno), secondariamente dovremmo basarci sulla quota di glucidi impiegata, non sempre ottimizzata all’effettiva necessità anaerobica come previsto dalle teorie da me sviluppate (atteggiamento che ovviamente ci indurrebbe ad un aumento dei tessuti lipidici).
 
Successivamente al prossimo paragrafo, potrete apprendere dei “calendari” d’allenamento che si dimostreranno di valido aiuto nella costruzione di una corretta distribuzione del work-out con e senza richiami.

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