L'ISOLAMENTO MUSCOLARE

L’isolamento muscolare per molti rappresenta pura utopia, per alcuni è solo questione di tipologia d’esercizio, per altri ancora è l’attivazione “isolata” di un muscolo all’interno della catena motoria. Tre differenti spiegazioni, ma soltanto parziali verità. Analizziamole una per una:

1 - l’isolamento è utopia: osservazione referenziata del gesto multi articolare che descrive l’evento motorio come conseguenza di un’azione sinergica e calibrata di più apparati (anche antagonisti).
2 - tipologia d’esercizio: analisi accreditata del gesto mono articolare, in quanto esplicitamente idonea all’ “esclusione” meccanica di apparati altrimenti sinergici.
3 - “attivazione isolata”: per mezzo di un’abile capacità d’attivazione “settoriale”, il volontario “frazionamento” della catena motoria, seppure richieda estrema concentrazione, risulterebbe a tutti gli effetti possibile.

Nonostante la legittimità della prima osservazione (per certi versi inequivocabile), sarà interessante scoprire che il concetto d’isolamento muscolare incontrerà le proprie radici esistenziali dietro a tutt’altri processi che quelli elencati ai punti due e tre. Tra l’altro trattasi di procedimenti intimamente connessi con quegli stessi automatismi molto spesso lontani da qualunque sofisticata elaborazione teorica del gesto, esistenti anche in assenza di alcun rudimento anatomico e/o biomeccanico.

D’altro canto, se chi usa il termine “isolamento” ne dovesse conoscere il reale significato, saprà molto bene che questo fenomeno sarà essenzialmente dovuto alla presenza di una maggiore tensione esercitata su di una data area anatomica, e non certo l’utopica esclusione di altri fasci implicati sinergicamente nella realizzazione del gesto.
E' ormai noto da tempo come lo stiramento muscolare, determinando l'aumento dei livelli di tensione in loco, significhi per la stessa area interessata maggior coinvolgimento (meccanico e metabolico), e pertanto sarà assolutamente lecito asserire che tra un insieme di muscoli comunque sinergici, quello che nella sua attività andrà raggiungendo il maggior allungo sarà anche l’apparato soggetto a maggiore stimolazione. Ne conseguirà pertanto che lo stiramento (e, non dimentichiamolo, successiva contrazione) delle strutture proteiche non solo andrà rappresentando lo strumento principe di “individualizzazione” ma, se riflettiamo attentamente, potrà anche candidarsi come l’elemento più intimamente connesso con l’innesco del processo ipertrofico.
La riprova non è solo data dalle COMUNI caratteristiche biomeccaniche di tutti i movimenti ritenuti responsabili d’ipertrofia, ma anche dall’entità delle varianti previste per ciascuno di essi allorché si voglia deviare anche di pochi cm lo stimolo. Volendo riportare un esempio popolare, pensiamo alle differenze esistenti tra le spinte su panca declinata, orizzontale ed inclinata, alle quali da che mondo è mondo si attribuiscono enfasi anatomiche differenti. E c’è da dire che la percezione del lavoro così come le conseguenze dello stesso (intese come successive forme di adattamento), daranno inequivocabilmente ragione a questa loro caratteristica prima ancora che lo abbiano fatto le più recenti risultanti elettromiografiche.

UNO SGUARDO ALLA “GEOMETRIA” DELLE SPINTE
L’analisi delle tre varianti d’esercizio, metterà essenzialmente in evidenza una diversa inclinazione della traiettoria investita dal segmento omerale rispetto alla verticale toracica, la cui angolazione porterà in maggior stiramento quella porzione di muscolo avente l’inclinazione delle fibre più longitudinale alla traiettoria dello stesso omero (rileggete attentamente).
Non c’è pertanto da stupirsi se nelle spinte, con l’aumentare del grado di adduzione dell’omero, il lavoro si sposterà progressivamente dai fasci clavicolari del muscolo pettorale ai fasci anteriori del deltoide. Si potrà pertanto desumere che le distensioni a gomiti stretti (e presa commisurata) si classificheranno sempre come un esercizio attribuibile al muscolo deltoide, sia che queste vengano svolte su di una panca orizzontale che, al contrario, una verticale; nella fattispecie, ciò che andrà variando sulle diverse inclinazioni del busto, saranno essenzialmente i “momenti meccanici” generati, capaci di modulare la tensione su differenti settori di ROM, lasciando così a noi la facoltà di scegliere dove dirigere la maggiore parte del lavoro: se nella posizione eccentrica, intermedia oppure concentrica del principale agonista.
L’esercizio “migliore” è chiaramente quello che saprà generare “isotonia” sull’intero range (il principio su cui è basata la costruzione delle macchine a camme), ma soprattutto lo sarà quello in grado di “sintonizzarlo” al meglio nella posizione eccentrica; e con questo termine farei appello alla sovrapposta necessità di un ambiente articolare stabile e fisiologico, prerogativa non a caso comune a tutti gli esercizi fondamentali per l’ipertrofia. Proprio loro, i classici movimenti che tutti noi conosciamo, gli stessi che se machiavellicamente tarati su specifici accorgimenti cinetici, sarebbero anche in grado di coronare lo stesso principio d’isotonia; ricordiamo che questo, come discusso in un mio precedente articolo, rappresenterebbe un altro pilastro portante del “condizionamento distrettuale” e dell’uniformità di resa a parità di parametri allenanti.

Lo stesso principio, anche se opportunamente riformulato, lo possiamo individuare in tutti quei movimenti originati da apparati sinergici multi e monoarticolari. Prendiamo d’esempio i classici curl su panca, dove, mediante inclinazione dello schienale, ci è possibile portare più o meno in PRESTIRAMENTO il bicipite brachiale. E’ il caso della variante svolta su panca inclinata, la cui meccanica indurrà il principale flessore ad assorbire più lavoro rispetto a tutti gli altri sinergici (il brachiale ed il brachio-radiale), ed il motivo di ciò sarà sempre la presenza di una maggior tensione in posizione eccentrica. Un ragionamento simile, benché più complesso, lo si potrebbe fare sul tricipite, ma considerata la sua particolare natura anatomica (assai più complessa del pressoché omogeneo bicipite), rimane un muscolo che a mio giudizio andrebbe preferibilmente allenato a settori distinti (dato che ogni capo si mostrerà più idoneo a produrre lavoro in determinati settori del ROM).

Si potrà comunque evincere che in virtù della localizzazione dei livelli di tensione meccanica, si avrà come risultato l’esatta pertinenza anatomica dell’esercizio, concetto che, al pari delle varianti espresse nel secondo punto in elenco più sopra riportato, traspare in qualunque manuale professionale d’esercizio (un esempio popolare, sebbene datato, è quello di Frederic Delavier).
In pratica, da che esiste il bodybuilding, ogni esercizio volto alla sollecitazione di un determinato apparato, evidenzierà lo stiramento (ed in alcuni casi il prestiramento) della medesima area.

LA PROVA DEL “9”
Se non ne fossimo ancora del tutto convinti, riporto un esempio di facile constatazione che potremo individuare sui pettorali alla solita panca piana; quanti petti relativamente scarsi nonostante i kg sollevati? Il “caso” vuole che il connubio "petto scarso, grandi resistenze" significhino buone spalle e buoni tricipiti… già perché la tensione da qualche parte deve andare, e se per ragioni morfo-posturali, biomeccaniche e cinetiche “non” transitano sui pettorali, per forza di cose lo faranno altrove.
Genetica a parte, sarà proprio questo il vero limite di crescita per molti soggetti, i quali pur essendo adempienti all’impiego di tutti i movimenti ritenuti ipertrofici (o fondamentali per l'ipertrofia), rimangono incapaci di direzionare correttamente lo stimolo. Ecco il motivo per cui non sarà possibile parlare indistintamente d'enfasi in posizione eccentrica se non si andrà ponendo in relazione anatomia-funzionale e biomeccanica, una realtà fin troppo offuscata dalla superficialità con cui viene generalmente trattato l’esercizio. A mio parere un’inettitudine che si estende sino all’ambito scientifico, dato che non si associa mai la risultante elettromiografica, con l’effettiva INTERPRETAZIONE del movimento analizzato.

A parte tutto, per quietare gli animi dei più scettici, mi preme sottolineare che l’isolamento, per come è stato appena descritto, non può e non deve assolutamente escludere quell’intricata sinergia atta a garantire la corretta funzionalità articolare, dettagli che a causa di quel diffuso e fin troppo distratto “modus operandi” del palestrato medio, ha erroneamente inglobato il vero concetto d’isolamento. Nella realtà dei fatti, ciò che bisogna imparare a distinguere sarà proprio la differenza (l'enorme differenza), tra stimolazione e partecipazione, la cui mescolanza determinerà poi il miglior risultato.
Una volta osservati i dovuti settaggi e conseguenti pattern motori, già di per se un argomento tutt’altro che banale, muoversi nel cosciente rispetto di una ponderata “cronologia della catena motoria” e di una corretta distribuzione dei TUT all’interno del ROM, si mostrerà del tutto imperativo.

Detto tutto ciò, quanti di voi, osservando le foto allegate, direbbero che mister Arnold stesse molto a pensare allo schema motorio dei suoi esercizi? Pochi o nessuno, e di fatto ogni sfumatura dei suoi esercizi, da un’osservazione prettamente “clinica”, mette in evidenza una mera ricerca di determinate sensazioni. Ove insufficienti, ecco che abbiamo potuto assistere all’aumento del volume di lavoro a titolo compensativo, lo stesso fenomeno che possiamo individuare tra il pubblico di ogni palestra in ogni parte del mondo.
E’ lapalissiano come non sia comprovabile che un'esecuzione attenta e ponderata sia preferibile in termini di resa (ed un’indagine statistica ce lo può immediatamente confermare), ma tuttavia, ciò che è certo, è che tale abilità ci potrà quantomeno permettere di uniformare la grandezza di uno stimolo a parità di parametri allenanti. E' solo da qui che si potrà anche parlare di metodi, tecniche e di soggettive "conseguenze", argomenti che dal mio modesto punto di vista NON potranno essere considerati prima ancora di capire come direzionare lo stimolo.

Come amo dire spesso, l’esercizio fisico può divenire una forma d’arte, e questa breve panoramica a 360° ne vorrebbe rendere l’idea.

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