ACIDO URICO ED ACIDITA' ORGANICA

Siamo perfettamente a conoscenza che in natura ogni mammifero presenta nel proprio torrente ematico un certo quantitativo di acido urico, ma solo da un’analisi più accurata potremo apprendere come non tutti i mammiferi siano provvisti dell’enzima urato ossidasi (uricasi), l’unico agente in grado di degradare e rendere del tutto innocua tale componente; l’uomo è tra questi.
Pur essendo consapevoli che una minima quantità di acido urico possa essere correttamente smaltita dalla nostra preziosa attività renale (che saprà evacuarlo previo le urine), dovremmo essere altrettanto coscienti di come una sua eccessiva concentrazione non sia per nulla vantaggiosa. Ciò che riuscirà ad accrescerne i livelli, oltre al nostro quotidiano nonché fisiologico turnover cellulare, sarà il tipo di alimentazione condotto, per la maggior parte influenzata dagli alimenti più ricchi in termini di purine (carne, pesce, legumi e taluni tipi di verdura che più sotto andremo a conoscere).
La principale conseguenza data da eccessiva presenza di acido urico nel sangue (iperuricemia), sarà l’acidificazione organica, una condizione tempestivamente ed ordinariamente ovviata mediante i nostri naturali schemi omeostatici. Nonostante il nostro organismo sia alquanto rapido ed efficiente nell’assicurarci un ph ematico inequivocabilmente alcalino (7.3-7.4), sarà altrettanto celere nel presentarci il “conto” a lavoro compiuto. Un qualunque studente di chimica sa bene classificare le sostanze acide ed alcaline, e saprà ancor meglio che una sostanza acida potrà essere facilmente alcalinizzata mediante l’impiego di comuni minerali come sodio, potassio, calcio, magnesio, detti, per l’appunto, alcalinizzanti. A meno che il nostro studente non sia pure afferrato in biologia, probabilmente gli potrà sfuggire come tali sostanze, nel nostro organismo, siano stoccate unicamente nella struttura ossea e nei tessuti cartilaginei, indi, in caso di necessità, da lì prelevate. Si potrà perciò evincere come osteoporosi ed artrosi articolare possano mostrarsi come le principali conseguenze cui andremo in contro da un’assidua ed abitudinaria acidificazione organica. Ma non è tutto qui. I cristalli di acido urico, sempre quando eccessivi, finiranno per depositarsi in tutti quei tessuti scarsamente vascolarizzati e sottoposti ad abituale presenza di acido lattico, dando quindi luogo alla malattia tipicamente riconosciuta con il nome di gotta (che per l’appunto colpisce le articolazioni ed il tessuto connettivo). D’altro canto, quando gli stessi cristalli finiranno per precipitare nelle urine del bacinetto renale, ecco che andremo pure in contro alla formazione di calcoli renali. Ultimo, anche se non per questo meno importante, va segnalato il PH dei tessuti connettivi, il quale, a differenza di quello ematico (mantenuto doverosamente stabile), da un’abituale acidificazione potrà modificare la propria natura e mantenerla nel tempo, dando luogo ad alterazioni come dermatiti seborroiche (infiammazioni delle ghiandole sebacee, collocate principalmente in alcune aree facciali e nel cuoi capelluto), od altre conseguenze ben più gravi.

Senza dubbio una serie di spiacevoli inconvenienti cui nessuno vorrebbe andare incontro… eppure, considerata la comune linea di vitto del tipico body builder (e non solo), oserei dire che molti individui stiano gettando le fondamenta per ciascuna delle sopraccitate patologie.

Non volendo comunque abbandonare le presunte virtù di una dieta opportunamente bilanciata in ciascuna macronutriente (quindi comprendente anche un’adeguata presenza degli alimenti “incriminati”), cerchiamo di capire come poter ridurre le quantità di acido urico dando innanzitutto luogo ad un’intelligente cernita nutrizionale. Da un’attenta analisi circa la provenienza dei principali composti azotati alla base della formazione delle purine (adenina e guanina), riusciremo a classificarne gli alimenti più ricchi in funzione al numero di cellule che li compongono. Se è vero che ogni cellula presenta un proprio nucleo ricco di acidi nucleici soluti (DNA - RNA), sarà altrettanto vero che un alimento avente un maggior numero di cellule potrà essere del tutto responsabile di una commisurata produzione di acido urico. Sulla base di questo concetto, osserviamo il contenuto in termine di purine negli alimenti più comuni (tabella suggerita da diversi autori):

(da 150 ad 800 mg/100 g)
alici o acciughe, sardine, animelle, fegato, rognone, cervello, estratto di carne, selvaggina
(da 50 ad 150 mg/100 g)
carni, pollame, pesce, crostacei, salumi e insaccati in genere; piselli, fagioli, lenticchie, asparagi, spinaci, cavolfiori, funghi
(da 0 ad 15 mg/100 g)
latte, uova, formaggi, verdure, ortaggi (eccetto quelli sopraelencati), frutta, pasta e gli altri cereali (fatta eccezione per germe di grano e prodotti integrali)

Anche se abbiamo avuto la rapidità d’individuare le carni in genere “solo” in media posizione, dovremmo avere anche la ragionevolezza di comprendere come la misura del “sovraccarico” sia direttamente proporzionale alle quantità di alimento utilizzato; il mio messaggio ovviamente sarà rivolto al solito bodybuilder, il più delle volte smisurato consumatore di carni come tonno e pollame, e non sempre sostenitore di un adeguato approvvigionamento di frutta e verdura crudi, gli unici alimenti in grado apportare le dovute quantità di elementi alcalini sopraccitati. Non a caso la Dieta Funzionale, espressamente basata su di un’equilibrata ripartizione dell’elemento proteico e glucidico, rappresenterà ampio spunto alla sottoripartizione di alimenti di natura espressamente vegetale (vedi punto 4, pag. 45).

Insistere su questo argomento lo trovo assolutamente necessario, dato che il problema “acidificazione”, e questo è molto importante da capire, non sarà dato unicamente dall’iperuricemia; a tal proposito non dimentichiamoci delle “ceneri” residuate dalla “combustione” di ogni determinato alimento, le quali, come sempre, potranno essere neutrali, acide od alcaline. Sempre gli stessi saranno gli elementi capaci di rendere tali ceneri alcaline (vedi sopra), zolfo (naturalmente presente negli amminoacidi solforati), fosforo, cloro ed acidi organici saranno gli elementi che invece, se dominanti nei suddetti residui, renderanno l’alimento acido. Praticamente inesistenti gli alimenti proteici esuli da questa conseguenza (specie quelli aventi i “migliori” profili aminoacidici), anche se, decisamente peggiori, tutti quelli ad alto contenuto di purine.
In ultima analisi, come se tutto questo non volesse bastare, scopriremo che dal catabolismo delle proteine (sia endogene che esogene), non perverranno soltanto acido urico e suddetti elementi acidificanti, ma pure l’urea (azoto non proteico), un metabolita la cui misurazione nel siero umano avrà un improprio riferimento alla voce azotemia. A questo punto sarà del tutto plausibile pure un aumento della stessa conseguentemente ad un regime iperproteico, o peggio ancora chetogenico.
 
Al fine di non creare inutili allarmismi, sappiamo che il fattore “azotemia” (10 – 50 mg/dl), se troppo elevato, potrebbe rispecchiare una vera disfunzione renale soltanto nell’esatto momento in cui si avrà diagnosticato pure uno smisurato aumento della stessa uricemia che, normalmente, dovrebbe essere compresa tra i 4,5-8,2 mg/dl nei maschi e 3,0-6,5 mg/dl nelle femmine. Ne consegue che l’aumento dell’azotemia accompagnato da un costante rapporto di creatinina, normalmente tarata attorno ai 0,7-1,4 mg/dl (pari quindi a 20 o 30 volte in meno), potrà di fatto scagionare una seria insufficienza renale, in quanto, nell’atleta costantemente allenato, pare essere una condizione del tutto ordinaria.
 
Il messaggio di questo paragrafo, ovviamente, non ci vorrà spingere ad una drastica riduzione dell’elemento proteico allorché sia di fatto necessaria, ma piuttosto ad un’intelligente misurazione dello stesso in ovvia funzione all’effettiva pretesa del nostro organismo (pag. 28). Non scordiamoci altresì dell’esistenza di fonti proteiche alternative alla carne ed il pesce come l’albume d’uovo, formaggi magri e le proteine in polvere (meglio se non additivate) che, sebbene non carenti di amminoacidi solforati, per lo meno saranno più scarse di acidi nucleici soluti (e quindi di purine).
 

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